Dal letto al

Sono a letto, sogno di correre in giornate tipo in cui posso non essere serena. Ho il timore della sconfitta e l’angoscia di star perdendo tempo. La sindrome dei nuovi laureati. Esattamente dove sta andando la
mia vita? Tic toc tic toc tic toc tic toc tic toc tic toc tic tioc tic toc tic toc

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Goliarda Sapienza: sopravvivere nella scrittura. Il filo di mezzogiorno

Non andare fra le viti nel filo di mezzogiorno: è l’ora che i corpi dei defunti, svuotati della carne, con la pelle fina come la cartavelina, appaiono fra la lava. È per questo che le cicale urlano impazzite dal terrore: i morti escono dalla lava, ti seguono e ti fanno smarrire il sentiero e: o morirai di sete fra gli sterpi disseccati dal sole – sterpo secco pure tu – o penserai sempre a loro smarrendo il senno.

Questo incipit ci introduce in una luogo oscuro, in un clima che oscilla tra la morte e la pazzia ed anche in un senso di rielaborazione dei fantasmi del passato, quei «morti che escono dalla lava», fulcri irrisolti di un trascorso tormentato, movente dell’intera storia che ci sarà narrata.

Il secondo romanzo del blocco autobiografico nasce da una notizia giunta all’autrice e comunicata subito al lettore: «il mio analista era impazzito»[1]; l’analista che per tre anni aveva seguito la ripresa di Goliarda aveva scelto di lasciare la professione. Partendo da questo crudo dato di fatto, ci viene raccontato l’intero percorso di analisi dell’autrice[2], riportando dialoghi avvenuti e sogni analizzati in un’atmosfera quasi allucinata in cui si stenta a distinguere la realtà dalla finzione immaginativa dell’autrice.

Goliarda non si rivolge più ai suoi lettori attraverso una “lettera aperta” che quindi richiede l’attenzione del lettore, ma in una circostanza di raccoglimento introspettivo in cui riporta alla memoria sapori, volti, odori, sentimenti e sensazioni altrimenti dolorosi da rievocare.

Dopo il tentato suicidio, e sette terribili sedute di elettroshock, lo psichiatra Majore inizia a frequentare ogni giorno la casa di Goliarda e se all’inizio lei “stordita dal’elettricità” non riesce a ricordarsi neanche da quanti anni sta con Citto Maselli,[3] da quando inizia a sbloccarsi la memoria, i ricordi aumentano e con loro i sogni e così l’intero processo analitico si sviluppa.  Goliarda rivela all’analista l’amore crescente che prova nei riguardi di lui fino all’ennesimo tentativo di suicidio, sventato da Citto, e fino all’abbandono della professione da parte del dottore (intanto divenuto anche l’analista dello stesso Citto) che la lascia nelle mani curative dell’infermiera Giovanna.

Qui lo stile di Lettera Aperta è portato alle estreme conseguenze mentre l’idea di continuum tra le due opere è garantita sia dall’incipit sopra riportato, sia dall’introduzione della figura della madre, l’ultima su cui si posa lo sguardo e prima ad essere ritrovata, che ci viene definita con le stesse identiche parole conclusive di Lettera Aperta proprio all’inizio di Il filo di mezzogiorno:

Con mia madre ancora «a tutto tondo», integra e disumana nel mio sangue di pecora, seduta vicino a me. Finalmente avevo preso quel treno.[4] (Lettera Aperta)

Con mia madre ancora a tutto tondo, integra e disumana, ma rassicurante, col suo seno grande e la sua fronte alta e limpida senza una ruga e con il ritmo placato di quel treno che cantava dentro di me di libertà confinate[5] (Filo di mezzogiorno)

Attraverso il percorso di analisi, Goliarda entra in profondità in alcune dinamiche della sua vita, il dottore la porta a prendere coscienza del suo destino coatto[6] dal quale conta di liberarla e della sua tipologia di malattia: una «abbandonica».[7]

Sotto gli occhi vigili di Nica, musa protettiva, Goliarda riapre la cassapanca ed inizia l’excursus tra Catania, madre, fratelli, padre, il puparo, il professore Jsaya, Enzo, lo zio Nunzio, Roma, l’accademia, i fascisti, Citto, Titina, la pazzia della madre e la sua stessa, gli elettroshock, l’analisi ed i suoi sentimenti per l’analista.

Nonostante i momenti di buio e di freddo del percorso analitico (rielaborazione della lunga serie di lutti e abbandoni che attraversano la vita dell’autrice) la luce ed il calore sono portati dall’azione salvifica che ha la scrittura: non solo resuscita i morti, ombre in cui specchiarsi per risolversi, ma è l’antidoto per affrontare il più difficile dei lutti, quello della propria morte.

Già con Lettera Aperta Goliarda è rinata scrittrice[8]; ne Il filo di mezzogiorno i suoi ricordi confusi e seppelliti dall’elettroshock finalmente tornano alla memoria partendo dall’apertura di una sola valvola, il ricordo di essere stata una scrittrice:

Scrivevo, sì. Dal pozzo di quegli anni senza memoria quei foglietti ammucchiati mi parvero un regalo impensato e favoloso. Sì, non facevo più l’attrice. Quando era stato? Ah sì, una notte. Quanti anni fa? Mi decisi. Presi un pezzo di carta, e scrissi qualcosa: tre, quattro pagine. Citto dormiva accanto a me profondamente, e non si svegliava mai quando io accendevo la luce per leggere, ma quella notte sì, quella notte, senza rivoltarsi, mi chiede: «Scrivi?»

«Sì» «Una poesia?» «Sì» «Bene»[9]

Eppure Goliarda comprende che ha bisogno di ritrovare sé stessa però per poter continuare a scrivere, uscire dal gelo che la circonda, liberarsi di quel freddo e quel tremore che non riesce a gestire e che la annientano:

Sì, oggi quindici aprile 1966 le dico sì, io non solo tendo ma aspiro alla morte come nutrimento, pienezza aggiunta in gioia. Sì, morte per gioia. Ma devo tornare su nel freddo della stanza, devo finire di compiere questo lavoro del lutto, questa fatica di panni neri, di gonne, di camicette, calze e scarpe nere. O scrivere […]

…No, debbo finire questo lavoro del lutto prima… non posso fare, fingermi di avere la pelle, di non avere freddo.[10]

E così, una notte di mezzo agosto, in un abbraccio col suo analista ella riscopre il potere della carne, ritrova la sua pelle, rinasce nelle parole, parole nuove. Attraverso l’atto dello scrivere che rievoca quel momento di intimità con il suo medico, Goliarda torna al mondo esattamente un anno dopo la “prima rinascita” avvenuta in Lettera Aperta:

Oggi, 10 maggio 1966, compio quarantadue anni. Quarantadue o solo due? No, devo nascere ancora una volta, nasco con sangue  e carne stracciata intorno alla mia testa, urli alle mie orecchie, mani immense sconosciute mi tirano fuori la testa schiacciata, il collo chiuso in cordoni ombelicali soffocanti, il mio cranio ancora molle ha resistito al cappio dell’utero, ha resistito alla presa di vento e di grandine delle donne. […]

quante volte c’è dato morire e rinascere fra l’alba ed il giorno di questa nostra breve ora carnale?[11]

Dopo quarantadue anni, Goliarda riesce a pronunciare la parola amore: «di parlare con qualcuno di amore non ci pensavo nemmeno. Tutti a casa mia, anche le donne, erano contrarie a quella parola»[12] ci racconta in Io, Jean Gabin terzo romanzo autobiografico, ed è per questo che acquistano tanto valore le parole pronunciate al suo medico, parole per lei inusuali «L’amo, dottore, mi aiuti, non mi lasci mai!»[13] e «le mie labbra si erano nutrite a quel ti amo che non sapevo si potesse pronunciare senza vergogna e lo ripetei […]di notte da sola sul cuscino riscaldato dal suo viso […]ed anche il suo nome di notte, di giorno no, lui era il medico e mi dava del lei»[14].

La relazione con il suo terapeuta sarà interrotta dalla brusca crisi personale e professionale del medico, che lascerà tutti i suoi pazienti incluso Citto per aver smesso di credere nella pratica stessa della psicanalisi (probabilmente proprio per i sentimenti che la stessa Goliarda suscitava in lui).

Goliarda chiude Il filo di mezzogiorno con un vero e proprio inno alla vita; nonostante tutto, il percorso di analisi l’ha condotta a sbrogliare dei nodi, anche se smembrando tutti i suoi ricordi: è finalmente libera di intraprendere la sua strada con la sua identità di scrittrice, e non è un caso che nello stesso anno della stesura di questa opera autobiografica inizi a lavorare al suo più grande romanzo, frutto di dieci anni di impegno sistematico: L’arte della gioia.

Ogni individuo ha il suo segreto che porta racchiuso in sé fin dalla nascita […] ogni individuo ha la sua morte in solitudine […]. Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto e alla sua morte.

[…] non cercate di spiegarvi la mia morte, non la sezionate, non la catalogate per vostra tranquillità, per paura della vostra morte, ma al massimo pensate – non lo dite forte la parola tradisce – non lo dite forte ma pensate dentro di voi: è morta perché ha vissuto.

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

[1] G. SAPIENZA, Il filo di mezzogiorno, cit., p. 16

[2] «E coraggio di giudicare un mostrum del Novecento come la psicanalisi, prendendo per le corna la propria vita, insieme ai dogmi di una scienza che presso alcuni suoi sacerdoti stava già tradendo se stessa per la pretesa di risolvere tutte le contraddizioni dell’animo umano. Per trovare qualcosa di simile al Filo di mezzogiorno, dobbiamo andare in America dove, giusto nello stesso anno usciva Il lamento di Portnoy di Philip Roth, coraggioso romanzo in chiave comica […]» A. PELLEGRINO, Prefazione a Il filo di mezzogiorno, cit., p. 10

[3] Suo compagno da ben sedici anni.

[4] Idem, Lettera Aperta, cit., p. 158

[5] Idem, Il filo di mezzogiorno, cit., p. 16

[6] «Sa come si chiama il meccanismo del riesumare nel presente situazioni passate per ritrovare quelle emozioni, negative o positive che siano, perché solo quelle si sono conosciute e sperimentate e si identificano quindi con la vita stessa? Destino coatto.» Ivi, p. 82 Voglio sottolineare che sarà questo anche il nome che Goliarda darà alla raccolta dei suoi racconti.

[7] «Lei ha paura, inconsciamente, che uscendo fuori dall’ombra i suoi amici e le sue amiche e Citto stesso si ingelosiscano e le neghino, le tolgano il loro amore. E in questo perdere il loro amore lei sente la potenza magica che intese coi suoi fratelli e sorelle e cioè: che non amandola o smettendo di amarla, lei che era un’intrusa, con una posizione provvisoria, piccola e debole al loro confronto, potevano, smettendo di amarla, negarla, cancellarla, ucciderla.» Ivi, p. 120

[8] Vedi nota n. 65

[9] Ivi, p. 78

[10] Ivi, pp. 96-97

[11] Ivi, pp. 142 – 143 Rinascendo per la seconda volta nella stessa data del primo romanzo, infatti l’autrice si chiede se abbia compiuto quarantadue o due anni, Goliarda si riallaccia esplicitamente a Lettera Aperta.

[12] G. SAPIENZA, Io, Jean Gabin, cit., p. 52

[13] Idem, Il filo di mezzogiorno, p. 150

[14] Ivi, p. 152

Chet Faker, he’ll fuck you

La verità è che cercavo spasmodicamente qualcosa che mi ispirasse per le mie coreografie e ancor di più ho trovato questo.

Non è il cugino di Chet Baker, anche se l’assonanza è palese e in qualche modo rassicurante: non sarà merda.

Dalla terra dei canguri nella musica elettronica ci ha messo soul e r&b, ha dato un nuovo sound al mio week-end.

Forse non ho trovato la coreografia della settimana, ma mi sono ricordata perchè sarebbe bello vivere a Milano, almeno un po’: https://www.facebook.com/events/703724439689164/ . Per assistere a qualche bel concerto.

4 NOVEMBRE 2014
MILANO@FABRIQUE
Biglietto: €17 + diritti di prevendita